A rischio accordo di equivalenza tra Svizzera e UE

Secondo il vicepresidente della Commissione Ue i mercati finanziari svizzeri perderanno il diritto di accesso al mercato europeo alla fine di giugno, in modo automatico, se Bruxelles non rinnoverà lo status di “equivalente” finora riconosciuto a Berna.

I mercati azionari elvetici hanno libero accesso a quello comunitario poiché godono dello status di “equivalente”. Un riconoscimento che scade a fine giugno se non viene rinnovato.

La Commissione europea ha imposto come precondizione per l’estensione dello status l’approvazione da parte di Berna di un accordo, raggiunto lo scorso novembre dopo anni di negoziati, sui rapporti con Bruxelles a livello generale e più ampio.

La Svizzera ha invece chiesto ulteriori chiarimenti su alcune questioni chiave, come la tutela degli stipendi, gli aiuti di Stato e i diritti dei cittadini.

Veniamo ai fatti.

Grazie ad un accordo di equivalenza che la Commissione europea ha concesso alla Svizzera, le borse elvetiche possono accedere liberamente al mercato dell’Unione europea.

Questo riconoscimento temporaneo dell’equivalenza del quadro giuridico però scade il 30 giugno e rischia di non essere rinnovato per la mancanza di progressi sull’Accordo quadro messo a punto l’ultima volta a novembre 2018 per aggiornare tutti gli accordi bilaterali Svizzera-UE, ma non ancora sottoscritto.

Lo status di equivalenza borsistica è fondamentale alla Svizzera per permettere alle banche europee e agli investitori europei di accedere alle proprie Borse acquistando e vendendo a condizioni paritetiche i titoli svizzeri ed esteri quotati a Zurigo.

L’ultima direttiva europea di gennaio 2018, infatti, prevede per gli intermediari finanziari e per gli investitori europei l’obbligo di negoziare i valori mobiliari nelle sedi europee di negoziazione o in un paese terzo giudicato equivalente.

La Commissione europea sta facendo tutto il possibile per raggiungere a breve un risultato sul nuovo accordo istituzionale ed è determinata a trovare un’intesa per disciplinare le reciproche relazioni vincolando il riconoscimento dell’equivalenza.

Il Consiglio federale non intende al momento firmare l’Accordo quadro.

Con una lettera firmata dal presidente Ueli Maurer inviata ad inizio giugno al presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, sono stati chiesti ulteriori chiarimenti in merito ad alcune direttive per poter concludere il processo di approvazione.

In particolar modo per quanto concerne la protezione dei lavoratori, gli aiuti di Stato e la direttiva sulla cittadinanza europea. In attesa di questi chiarimenti, l’Esecutivo si aspetta che la Commissione europea conceda il riconoscimento dell’equivalenza borsistica.

La cosa più equilibrata sarebbe quella di estenderla temporaneamente.

Scenario improbabile però per Juncker, dopo aver parlato personalmente 23 volte con quattro presidenti e aver perso il conto dei vari incontri iniziati nel 2014.

Nel 2017 la Commissione europea l’aveva prorogata fino alla fine del 2018.

Nell’ultimo negoziato di novembre 2018 si è deciso di rinviare la scadenza al 30 giugno 2019.

È probabile invece, alla luce delle richieste di chiarimento del Consiglio federale, che la Commissione europea decida di rifiutare ogni ulteriore estensione del riconoscimento dell’equivalenza.

Se così fosse, i tempi per la borsa di Zurigo rischiano di farsi più difficili.

SIX Swiss Exchange e BX Exchange sarebbero a rischio.

Non ci sarebbe l’autorizzazione a trattare azioni svizzere in borse svizzere se questi titoli sono negoziati anche in altre borse europee.

Un impatto rilevante sulla piazza borsistica svizzera che vedrebbe il volume di negoziazione diminuire drasticamente.

Ovviamente per la Commissione europea l’equivalenza per il settore dei servizi finanziari è diventata motivo di contrattazione e verrà utilizzata per mettere pressione a Berna a sottoscrivere il nuovo e più ampio accordo istituzionale che include anche temi come la libera circolazione delle persone, il riconoscimento reciproco delle norme industriali, i prodotti agricoli, il trasporto aereo e terrestre.

Inoltre la Svizzera dovrebbe aggiornare automaticamente, in base al nuovo accordo, le proprie normative nei suddetti settori per mantenerle in linea con quelle dell’Unione europea, dando voce in capitolo alla Corte di giustizia europea per l’interpretazione della legge.

Il 60% degli svizzeri, secondo un ultimo sondaggio, è favorevole all’accordo quadro con l’UE. Soltanto il 15% è fortemente contrario.

L’UDC, il partito dell’Unione democratica di centro, definisce il comportamento della Commissione europea un modo vergognoso di trattare uno stato sovrano e di usare l’equivalenza come ricatto per costringere la Svizzera ad accettare l’Accordo quadro.

Il partito ha raccomandato il governo di respingere questo accordo e di archiviarlo definitivamente perché mette in serio pericolo l’indipendenza del paese.

Anche se il Governo svizzero ha approvato a fine 2018 una direttiva per arginare una perdita importante del volume di negoziazione nelle Borse (ovvero in caso di mancato riconoscimento dell’equivalenza i titoli svizzeri non saranno negoziabili nelle Borse e nei sistemi di scambi dell’Unione europea) la Commissione UE sa di avere un vantaggio, che è quello di essere ben consapevole che l’accesso ad un grande mercato vale molto di più dell’accesso ad un piccolo mercato.

La tensione con Bruxelles sale invece di diminuire e trovare una soluzione per stabilizzare la relazione sembra più complesso.

Proprio l’opposto di quanto sia la Svizzera che l’Unione europea si erano auspicate.

Accordo Quadro tra Svizzera e UE

La Svizzera è il paese con il secondo livello dei prezzi più elevato in Europa, preceduta dall’Islanda e direttamente seguita dalla Norvegia.

La cosa curiosa è che nessuno dei tre paesi è uno Stato membro dell’Unione europea (UE).

I paesi successivi, Danimarca e Svezia, fanno invece parte dell’UE, ma non hanno adottato l’euro.

In Svizzera i prezzi, in particolare per servizi non mobili o non scambiabili nonché per merci con tutela politica della concorrenza, sono decisamente più elevati rispetto a quelli dei suoi concorrenti.

Alcuni esempi sono i settori abitativo, sanitario e dei generi alimentari.

Decisamente meno costose in Svizzera sono invece le merci scambiabili che vengono prodotte all’estero e non rientrano nella tutela della concorrenza.

Grafico di merci negoziabili e non negoziabili.

 

Facilmente riconoscibile è la correlazione tra l’elevato livello dei prezzi e il prodotto interno lordo (PIL).

Nei paesi più ricchi con stipendi elevati, i fornitori di servizi non mobili, quali ad esempio medici o insegnanti, devono ricevere salari concorrenziali.

Questo determina in genere un livello dei prezzi più elevato.

grafico del rapporto fra livello dei prezzi e performance economica

La sola correlazione tra la performance economica e i prezzi non è tuttavia sufficiente per spiegare del tutto la divergenza del livello dei prezzi.

Altri paesi prosperi infatti presentano un livello dei prezzi inferiore rispetto alla Svizzera, come per esempio il Lussemburgo, l’Irlanda, la Germania o i Paesi Bassi, a dimostrazione di una correlazione meno evidente tra performance economica e livello dei prezzi.

Devono dunque esserci altri fattori che influiscono sull’evoluzione dei prezzi.

Uno di questi fattori è il protezionismo, ovvero la partecipazione solo parziale al mercato interno dell’UE.

Di norma, la concorrenza e la libera circolazione di beni, servizi, capitali e persone determina un abbassamento dei prezzi.

Al fine di valutare l’impatto di un’apertura di mercato della Svizzera al mercato interno dell’UE, è possibile confrontarla con Stati membri dell’UE economicamente paragonabili come la Germania, l’Austria e i Paesi Bassi.

Secondo le stime, l’aumento del livello dei prezzi registrato in Germania e Austria dal 1999 è stato inferiore rispetto a quello della Svizzera, rispettivamente di 9 e 3 punti percentuali.

È dunque possibile dedurre che l’evoluzione dei prezzi viene frenata grazie al mercato interno dell’UE.

Questa tesi viene tuttavia smentita se si considerano i Paesi Bassi. Questi evidenziano infatti un aumento più accentuato di 1,5 punti percentuali rispetto alla Svizzera.

Per concludere si può dunque affermare che un accordo quadro tra la Svizzera e l’UE in relazione alla proposta di apertura al mercato interno dell’UE non comporterebbe un calo significativo dei prezzi in Svizzera.

Commercio svizzera richiede una rapida firma dell’accordo quadro con l’UE, altrimenti, secondo l’organizzazione ombrello del commercio, sarebbero a rischio decine di migliaia di posti di lavoro.

In una nota si legge che “oltre il 50% della prosperità della Svizzera dipende da buone relazioni commerciali con l’UE.

Senza di esse, la discussione sulla protezione salariale e le scadenze per la registrazione sarebbero obsolete, non ci sarebbe la modernizzazione dei contratti esistenti e sarebbe la sospensione in vari fascicoli, ad esempio nel trasporto via aereo-terra, nel mercato dell’energia elettrica o negli scambi di servizi”.

L’Accordo Istituzionale in breve

L’accordo del 07.12.2018, è stato redatto del Dipartimento federale degli affari esteri DFAE e della Direzione degli affari europei DAE.

Esso ha l’obiettivo di ottenere un ampio accesso al mercato interno dell’Unione europea (UE).

Altro obiettivo è quello di cooperare con l’UE in determinati settori, pur mantenendo la massima autonomia politica possibile.

L’Accordo istituzionale introduce il principio dell’aggiornamento dinamico degli accordi bilaterali di accesso al mercato.

Prevede, inoltre, un meccanismo di composizione delle controversie con cui entrambe le parti contraenti possono far valere i propri diritti.

In tal modo ci sarebbe la certezza del diritto e la sicurezza nella pianificazione alle imprese svizzere.

Garantirebbe ai cittadini svizzeri anche l’accesso al mercato dell’UE e li proteggerebbe dalla discriminazione nei confronti della concorrenza europea.

L’accordo istituzionale concerne solo i cinque accordi esistenti di accesso al mercato del primo pacchetto dei bilaterali: libera circolazione delle persone, trasporti terrestri, trasporto aereo, ostacoli tecnici al commercio e agricoltura.

Esso verrebbe applicato anche ai potenziali futuri accordi di accesso al mercato tra la Svizzera e l’UE (cf. art. 2), come un accordo sull’elettricità o ancora un accordo di libero scambio attualizzato.

Il governo svizzero non è riuscito a rispettare la scadenza di Bruxell per firmare l’accordo.

Secondo il Ministro degli Esteri svizzero, Cassis, la Svizzera ha preso decisioni molto chiare e fatto progressi in questo dossier, ma il tempo richiesto dall’UE non corrisponde a quelli della democrazia diretta Svizzera.

Il sistema svizzero, infatti, da agli elettori l’ultima parola su tutte le questioni importanti.

Secondo la Reuters l’opposizione da tutto il panorama politico ha reso praticamente impossibile per il governo svizzero firmare l’accordo istituzionale.

Per esercitare pressioni sulla Svizzera, l’UE ha minacciato quindi di non riconoscere l’equivalenza della regolamentazione borsistica svizzera.

Agli operatori dell’UE verrebbe quindi vietato di negoziare azioni sul mercato azionario elvetico.

Per proteggere la Borsa svizzera, il Consiglio federale potrebbe intervenire con un piano B, come a dicembre dello scorso anno, facendo ricorso al diritto d’urgenza e a partire dal 1 luglio impedire la negoziazione delle azioni svizzere nell’UE.

In questo modo, il governo vuole garantire la continuazione delle operazioni in Svizzera.

L’esecutivo introdurrebbe quindi un nuovo obbligo di riconoscimento per le piazze commerciali estere. Tale riconoscimento è automatico, ma non varrebbe per le sedi di negoziazione ubicate nell’UE.

Oggi circa un terzo delle azioni svizzere sono negoziate all’estero, la maggior parte delle quali nello spazio europeo.

Ciò non sarà più consentito in futuro.

Con l’obbligo del riconoscimento si mira a mantenere in funzione in Svizzera la negoziazione di azioni.

Gran parte del lavoro viene svolto da operatori Ue.

Se il regolamento borsistico svizzero non è riconosciuto dall’UE come equivalente, quest’ultimi non possono più negoziare azioni in Svizzera.

È difficile quantificare l’impatto sul commercio azionario svizzero senza misure.

Il ministro delle finanze Ueli Maurer aveva parlato di un calo del 70-80% del volume degli scambi.

Il provvedimento però, consentirebbe agli operatori a livello europeo di continuare ad avere accesso al mercato interno svizzero e di negoziare in questa sede azioni svizzere.


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