Editoriale Pascarella: Il mercato dei T-Bond continua a scontare maggiori probabilità di reflazione

Il mercato dei T-Bond (titoli di stato americani) continua a scontare maggiori probabilità di reflazione (politiche economiche espansive, finalizzate a contrastare una fase di recessione o di depressione economica) e la Federal Reserve rimane ferma sulle sue scelte nel lasciare che l’economia si espanda con poca o nessuna spinta monetaria.

Questa situazione mi porta a pensare che siamo pronti per una ripartenza dell’inflazione, possiamo quindi affermare che il 2021 sarà l’anno di un cambio di regime inflazionistico?

Ho spesso parlato durante le mie dirette che nel 2021 l’inflazione sarà un parametro importante da seguire, le probabilità che questa aumenti sono sempre più alte, tuttavia sarebbe poco saggio pensare ad un rimbalzo immediato: immagino un periodo di stabilità a seguito di un periodo di forte deflazione immediatamente dopo l’inizio della crisi da coronavirus la primavera scorsa.

Attendo i prossimi mesi per vedere se ci sarà anche un supporto da parte di dati macroeconomici, per ora i numeri indicano un periodo di normalizzazione dopo lo shock primaverile. 

Il primo punto da notare è di certo il fatto che lo spread tra il tasso nominale e il tasso dei T-Bond inflation-indexed continua a salire, un aumento che molti analisti seguono come indicatore chiave per la ripresa del sentiment inflazionistico. Lo spread delle scadenze a 5 anni, ad esempio, è salito l’8 febbraio a 2.31 punti percentuali, il massimo da 8 anni.

Prima della pandemia, i rendimenti nominali e reali a 5 anni erano strettamente correlati. Nell’ultimo anno, tuttavia, la relazione si è interrotta. Chiaramente la crisi del coronavirus ha alterato questo rapporto. Non è chiaro se si tratti di un cambiamento temporaneo o permanente, ma per il momento è significativo.

Un secondo aspetto degno di nota è che il mercato complessivo dei T-Bond ed in particolare i titoli protetti dall’inflazione. Di conseguenza i rendimenti basati sul mercato non sono un indicatore affidabile. Questo è dovuto principalmente alla solita politica monetaria estremamente espansiva da parte della FED, che la scorsa primavera è stata più aggressiva del solito a causa della pandemia.

Una teoria convincente è che mentre il lancio del vaccino continua e la pandemia si allontana, l’economia si riprenderà e le pressioni inflazionistiche continueranno a salire. Tanto più se l’ambizioso piano di soccorso messo in campo dall’amministrazione Biden da 1.9 trilioni di dollari venisse attuato.

Se a tutto questo aggiungiamo lo stimolo monetario in corso dalla Federal Reserve, possiamo immaginare dove l’inflazione potrà andare nei prossimi trimestri.

Mi sovviene una domanda però? Come sta evolvendo il rischio di recessione?

Il rimbalzo poderoso dei mercati azionari dal crollo dello scorso anno potrebbe esaurirsi se le forze secolari che hanno tenuto bassi i tassi di interesse e le pressioni inflazionistiche nei decenni precedenti prendessero il sopravvento. 

Mi riferisco soprattutto al macro fattore che probabilmente manterrà modesta la reflazione, l’output gap (la differenza tra il prodotto interno lordo effettivo e quello potenziale) relativamente ampio dell’economia statunitense.

Alla fine dello scorso anno l’output gap era ancora negativo dopo il crollo di inizio anno. Sebbene l’output gap si sia ripreso da un minimo storico, rimane profondamente negativo. Presumibilmente la ripresa proseguirà nell’anno a venire e il recupero continuerà spingendo verso l’alto l’inflazione. 

Nessuno può escludere un’inflazione più alta delle previsioni intorno al 2.3%. Molto dipende da come si svilupperà la pandemia nei mesi a venire, che sarà in gran parte determinata dal grado di successo nella distribuzione dei vaccini. Un altro fattore da tenere d’occhio è la spesa dei consumatori. I risparmi delle famiglie sono aumentati di recente e quindi la disponibilità delle PMI a una maggiore capacità di spesa potrebbe scatenare un’esplosione di pressioni inflazionistiche.

A compensare la potenziale impennata nella spesa dei consumatori vi è la negatività del mercato del lavoro che continua a perdere lavoratori a livelli altissimi. Le richieste iniziali di disoccupazione sono scese sotto gli 800.000 la scorsa settimana per la prima volta dalla fine di novembre, ma sono ancora alla pari con i livelli più profondi delle recessioni passate.

L’inflazione si riprenderà e si stabilizzerà nel 2021 e il rischio di deflazione del 2020 sta svanendo, ma non è ancora chiaro se questo porterà presto ad un nuovo e persistente regime inflazionistico nettamente più elevato rispetto a quello prevalente prima della pandemia.

Al tuo successo.

Giuseppe Pascarella

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