Editoriale Pascarella: Il mercato energetico non teme alcuna recessione

In questo periodo abbiamo visto gli Stati Uniti mettere a segno un doppio colpo di aumento dei tassi di interesse. Siamo alle prese con una guerra che non sembra voler trovare una soluzione e il prezzo delle materie prime è schizzato alle stelle, petrolio e gas in primis. 

A prima lettura penserai che sto ripetendo le solite cose che stanno accadendo oggi nei nostri mercati. Ahimè, il mio è un flashback del 1990. La guerra del golfo, il petrolio alle stelle e l’aumento dei tassi di interesse, la storia si ripete. Forse. 

Ultimamente mi sono messo a dare un occhio a cosa stanno facendo i grandi del mondo. I super hedge fund per intendersi. Nel mio PascaDaily ho già discusso ieri di quello che per esempio ha fatto Warren Buffett nel primo trimestre 2022, i mercati scendono, lui compra.

Ma a differenza di lui, moltissimi macro hedge fund stanno già scommettendo che la domanda di petrolio crollerà e i prezzi scenderanno. Ma cosa fece il petrolio 3 decenni fa?

1990

All’epoca la Federal Reserve ha trascorso diversi mesi ad inasprire la sua politica monetaria, aumentando i tassi di interesse dal 6,5% all’inizio del 1988 a quasi il 10% alla fine del 1989. L’attività economica stava già rallentando, con il ciclo economico in gran parte esaurito, quando Saddam Hussein invase Kuwait nell’agosto 1990, l’evento portò i prezzi del petrolio a quello che allora era un record di 41,15 dollari al barile. L’economia statunitense entrò in poche settimane in una fase recessiva.

Sebbene la domanda di petrolio fosse rallentata, ha continuato a crescere, registrando un espansione annuale su base annua sia nel 1990 che nel 1991. 

Nel 2022, le economie statunitense ed europea sembrano andare nella stessa direzione. Il sentimento dei consumatori e delle imprese si è notevolmente indebolito. Durante il fine settimana, Lloyd Blankfein, l’ex capo di Goldman Sachs, ha avvertito i consumatori e le aziende di prepararsi al “rischio molto, molto alto” di una recessione nei prossimi mesi. Ma ormai questi spuntano come funghi.

La recessione fa notizia, la crescita no. 

Per il mercato petrolifero, la domanda chiave non è se, o anche quando, l’attività economica americana ed europea rallenterà e probabilmente si contrarrà, perché credo che ogni investitore sappia che le cose non stanno andando benissimo. 

La maggior parte degli investitori che scommettono in qualche modo nel petrolio, presume che sia una questione di tempo: accadrà dopo l’estate, o forse all’inizio del 2023?

La domanda chiave è, quindi, che tipo di rallentamento vedremo.

Sarà una lieve recessione come quella del 1990 o come quella del 2001?
O assomiglierà a un cataclisma epico più simile alle crisi del 2008-2009 e del 2020?
O non ci sarà alcuna recessione ma solo una correzione dei mercati che già stiamo vivendo?

Ma come si fa a rispondere a queste domande?

IL FUTURO NON SI PUO’ PREVEDERE.

Gli investitori tendono a vedere gli eventi attraverso la lente di ciò che hanno vissuto più di recente. Non sorprende che la parola recessione oggi evoca ricordi della brutale crisi finanziaria globale e della pandemia di Covid-19.

In entrambe le occasioni, la domanda di petrolio si è contratta, cosa che il mercato non aveva sperimentato dall’inizio degli anni ’80. Nel 2020, la domanda globale di petrolio è crollata di quasi 10 milioni di barili al giorno, il calo più grande mai registrato. 

Nel 2008 scese di 1 milione di barili al giorno, seguito da un’altra contrazione di 1,1 milioni di barili al giorno nel 2009. All’epoca, il mondo non vedeva due anni consecutivi di domanda negativa di petrolio da un quarto di secolo. 

Superare la recessione

La crescita della domanda mondiale di petrolio è rallentata durante le recessioni americane del 1990-91 e del 2001, ma non si è mai contratta durante il periodo.

I trader di petrolio più anziani ricorderanno che le più miti recessioni statunitensi del 1990-1991 e del 2001 sono state molto diverse. La crescita della domanda mondiale di petrolio si indebolì, ma non si è mai contratta. Dopo aver registrato una crescita annua di circa 1,3 milioni di barili al giorno nei cinque anni precedenti, la domanda di petrolio crebbe di soli 670.000 barili al giorno nel 1990, per poi rallentare ulteriormente a 134.000 barili al giorno nel 1991. La crescita media era simile prima del 2000, quando il consumo di petrolio era indebolito a 724.000 barili al giorno, seguito da una crescita di 870.000 barili al giorno nel 2001. 

A meno che la guerra in Ucraina non si estenda al resto d’Europa, la prossima ipotetica recessione potrebbe assomigliare a quella del 1990-1991 che quella del 2007-2008. Attenzione, a parità di condizioni. 

In tal caso, la domanda di petrolio potrebbe essere indebolita, ma dovrebbe comunque registrare una crescita annuale. I prezzi del petrolio scenderebbero, ma probabilmente non crolleranno. 

Le prospettive per il 2022-2023, ovviamente, sono complicate da molteplici fattori. La domanda di petrolio si sta ancora riprendendo dall’impatto della pandemia e alcuni settori dell’economia americana ed europea stanno emergendo solo ora (l’aviazione ne è un esempio notevole). Non dimentichiamoci l’Asia, rimasta indietro.

1) I prezzi elevati dell’energia e il rallentamento dell’attività economica potrebbero frenare la domanda repressa.
2) Oppure la riapertura della Cina post-Covid potrebbe rilanciare l’attività economica globale.

Se il prossimo rallentamento assomiglierà, come penso, a quello del 1990-1991 o del 2001, la crescita della domanda di petrolio potrebbe rivelarsi più vischiosa di quanto molti credano. In tal caso, l’Arabia Saudita e il resto del cartello dell’OPEC sarebbero in una posizione relativamente comoda per gestire le cose. Con la produzione saudita destinata a raggiungere il massimo storico annuale nel 2022, potrà facilmente tagliare la produzione nel 2023, se necessario. Se la produzione petrolifera russa continua a diminuire, l’OPEC potrebbe non aver nemmeno bisogno di agire per sostenere il mercato. 

La Fed, la Banca Centrale Europea e la Banca d’Inghilterra affrontano, invece, una sfida più difficile. Senza un significativo rallentamento della domanda di petrolio, inclusa una netta contrazione, è probabile che i prezzi dell’energia rimarranno elevati, alimentando l’inflazione. 

In definitiva, l’aspetto del prossimo rallentamento economico dipenderà dalle banche centrali occidentali. Scommettere che i prezzi del petrolio crolleranno è come scommettere che il presidente Jerome Powell distruggerà l’economia globale. 

In tanti anni ne ho viste di tutti i colori, quindi tutto può accadere, ma c’è una maggiore possibilità che l’economia avrà un atterraggio morbido e non una grave recessione, almeno questo ci dicono le indicazioni in questo momento. 

 

Al tuo successo,

Giuseppe

 

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