La Fed è tra l’incudine e il martello?

La macroeconomia nel periodo prepandemico era diventata abbastanza noiosa. Possiamo dire che non lo è più. L’idea di questo post me l’ha data il mio amico Matteo che sta leggendo Macroeconomia di Blanchard, probabilmente il miglior libro di macroeconomia esistente.
La Fed deve affrontare una sfida molto diversa da qualsiasi situazione a cui è stata sottoposta prima. Il paradigma prevalente degli ultimi 15 anni circa, risalendo alla crisi finanziaria, era come impedire all’economia di scivolare di nuovo in una recessione.
Soluzione, la Fed si si è assicurata che ciò non accadesse. È così che abbiamo ottenuto la famosa “Tepper formulation”.
Che diavolo e’?
O l’economia migliorerà da sola in tre mesi o la Fed entrerà in gioco.
Parole di David Tepper di Appaloosa
Questa è stata più o meno la formula da allora. Finora. Come ha affermato l’economista di Citi Andrew Hollenhorst la scorsa settimana, “la reazione della Fed non è quella prima della pandemia, perché ora c’è l’inflazione, ora ha un vincolo”.
Ci serviva Andrew Hollenhorst.
Pensa a cosa significa. Se la Fed non inasprisse in modo aggressivo, l’inflazione potrebbe rimanere elevata a causa dell’enorme boom della domanda nominale che ha alimentato, o davvero, prepotentemente, l’economia.
Ma se lo faranno, dovranno affrontare l’accusa di aver danneggiato la crescita e il mercato del lavoro, in un anno elettorale mid-term, in cui si prevede che il partito al potere subirà grandi perdite.
In ogni caso, è un perdere-perdere, ogni soluzione sarebbe negativa.
Noi non crediamo gli aumenti dei tassi di interesse si fermeranno a 3 aumenti, noi pensiamo che potrebbero arrivare anche a 5.
È probabile che sarà necessario un ulteriore inasprimento per generare il rallentamento di cui l’economia ha bisogno.
Il rallentamento di cui l’economia ha bisogno!
E mentre molti prendono coraggio nel fatto che le aspettative di inflazione a lungo termine rimangono relativamente normali, noi pensiamo che quelle a breve termine siano aumentate.
L’ultimo sondaggio della Fed di New York sulle aspettative dei consumatori ha mostrato il 6% di aspettative di inflazione con un anno di anticipo, mentre l’Università del Michigan ha mostrato il 5%.
Il rischio significativo di un risultato così grave come una spirale salari-prezzo richiede una risposta più aggressiva e immediata da parte della Fed.
Poi abbiamo le aziende che stanno postando gli utili e mostrano un rallentamento della crescita. Un rallentamento così forte da far aumentare il tasso di disoccupazione di ben due punti.
Questo è lo scenario spiacevole stiamo contemplando mentre osserviamo l’appiattimento della curva dei rendimenti, il crollo del sentiment dei consumatori e le tensioni geopolitiche che proprio oggi sembrano leggermente scemare.
Le richieste di sussidio di disoccupazione rimangono storicamente basse e i dati sul settore manifatturiero sono piuttosto forti. La crescita sarà più lenta quest’anno rispetto allo scorso anno, ma è ancora probabile che sia ben al di sopra del trend con una Fed che è rimasta molto indietro rispetto alla curva.
Ma cosa significa “la Fed è rimasta indietro rispetto alla curva?”
Una banca centrale “va dietro la curva” quando non sta alzando i tassi di interesse a un ritmo abbastanza veloce da tenere il passo con l’inflazione. Al contrario, la Federal Reserve può anticipare la curva aumentando i tassi di interesse a un ritmo più veloce di quanto l’inflazione suggerisca.
Per questo penso che la Fed sia tra l’incudine e il martello.
Se la Fed per contrastare l’economia dovesse alzare i tassi di interesse maggiormente, colpire i mercati ma se allo stesso tempo mantenesse la sua sua linea guida di tre aumenti leggeri sperando in una inflazione transitoria, ma alla fine non dovesse essere così, colpirebbe il mercato del lavoro e quindi i mercati.
Non vorrei essere nei panni di Powell.


Al tuo successo.

Giuseppe Pascarella

 

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